Il lutto: cosa è normale sentire, come stare vicino a chi soffre e quando chiedere aiuto
Il 2 novembre e le feste riaprono spesso la ferita. Perché il lutto va avanti e indietro invece che per fasi, cosa aiuta nelle ricorrenze, come stare vicino a chi ha perso qualcuno e quali segnali dicono che è il momento di chiedere aiuto.
Tra pochi giorni è il 2 novembre. Per tante famiglie è il giorno in cui si va al cimitero, si porta un fiore, magari ci si ritrova a tavola e si finisce a parlare di chi non c'è più. Per chi ha perso qualcuno da poco, invece, questi giorni possono essere tra i più faticosi dell'anno. E in studio me ne accorgo: tra fine ottobre e Natale il lutto torna a galla, anche in persone che pensavano di averlo «superato».
Allora provo a mettere in fila le cose che mi sento dire più spesso, e quelle che di solito rispondo.

«Ma è normale sentirsi così?»
È la domanda che arriva quasi sempre per prima. E nella maggior parte dei casi la risposta è sì. Dopo una perdita importante si possono provare cose molto diverse, a volte nella stessa giornata:
- tristezza e pianto, anche all'improvviso, per una canzone o un profumo
- rabbia, verso i medici, verso la vita, a volte verso la persona che se n'è andata
- senso di colpa, il classico «avrei dovuto accorgermene», «avrei dovuto esserci di più»
- sollievo, soprattutto dopo una lunga malattia, e poi la vergogna per averlo provato
- stanchezza, difficoltà a dormire e a concentrarsi, poca fame o troppa
- la sensazione di sentirne la presenza, di vederla per strada, di sentirne la voce
Niente di tutto questo vuol dire che state impazzendo o che c'è qualcosa di sbagliato in voi. È il modo in cui mente e corpo reagiscono a una ferita grande.
Le famose «cinque fasi»
Quasi tutti hanno sentito parlare delle cinque fasi del lutto: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Il problema è che molte persone le prendono come una tabella di marcia, e si preoccupano perché «sono ancora alla rabbia» o perché «ho saltato una fase».
In realtà quelle fasi erano state descritte pensando ai malati gravi, non a chi resta. E la ricerca di questi anni dice che il lutto quasi mai va in fila così. Va piuttosto avanti e indietro. Ci sono momenti in cui si sta con il dolore, si piange, si guardano le foto. E momenti in cui si torna alla vita, si va al lavoro, si sbrigano le pratiche, si ride anche. È proprio questo oscillare che, piano piano, aiuta a elaborare.
Quindi se un giorno state bene e il giorno dopo vi sembra di essere tornati al punto di partenza, non è un passo indietro. Funziona così per quasi tutti.
Quanto dura?
Mi dispiace, una data non c'è. Dipende dalla relazione che avevate, da come è avvenuta la perdita, da quello che succede intorno a voi. I primi mesi di solito sono i più duri. Poi, nella maggior parte dei casi, il dolore non sparisce ma cambia forma: diventa meno continuo, lascia più spazio al resto, e il ricordo comincia a fare un po' meno male e un po' più compagnia.
Una cosa la dico sempre: elaborare un lutto non vuol dire dimenticare. Vuol dire trovare un modo di portare quella persona con sé che non impedisca di vivere.
Ricorrenze, feste e il 2 novembre
Anniversari, compleanni, il primo Natale senza, e anche il 2 novembre. Sono giorni in cui la mancanza si sente di più, ed è normale stare peggio anche a distanza di anni. Qualche suggerimento che vedo funzionare:
- Non aspettate che arrivi da solo. Decidete prima, anche di massima, come volete passare quella giornata e con chi.
- Scegliete voi il rito. Andare al cimitero va benissimo, ma non è obbligatorio. C'è chi preferisce cucinare il piatto che faceva la nonna, fare la passeggiata che faceva con il papà, scrivere una lettera.
- Lasciatevi una via d'uscita. Se a un pranzo di famiglia vi accorgete che è troppo, potete alzarvi e prendervi dieci minuti. Non dovete dimostrare niente a nessuno.
- Nominate chi non c'è. Spesso in famiglia nessuno ne parla per non far soffrire gli altri, e alla fine soffrono tutti in silenzio. Un ricordo detto ad alta voce, a volte, alleggerisce.
Come stare vicino a chi è in lutto
Molte persone mi dicono: «vorrei aiutare un'amica ma non so cosa dire, ho paura di sbagliare». Allora non sbaglia chi si fa vivo. Sbaglia, semmai, chi sparisce per imbarazzo.
Cose che di solito aiutano:
- esserci in modo concreto: portare la cena, fare la spesa, tenere i bambini un pomeriggio
- farsi sentire anche dopo, quando il funerale è passato e tutti sono tornati alla loro vita
- chiamare la persona per nome e non avere paura di ricordarla
- ascoltare, anche le stesse cose ripetute tante volte, senza dover trovare per forza la frase giusta
Frasi da evitare, anche se dette con il cuore: «devi essere forte», «almeno non ha sofferto», «è stato meglio così», «ormai è passato un anno». Spesso basta molto meno: «mi dispiace tanto, sono qui».
I bambini e il lutto
Con i bambini viene naturale proteggerli, e a volte si finisce per non dire niente o per usare frasi come «il nonno si è addormentato». Il rischio è che si spaventino di andare a dormire, o che si sentano esclusi da qualcosa che percepiscono comunque.
Di solito è meglio usare parole semplici e vere, adatte all'età: «il nonno è morto, il suo corpo ha smesso di funzionare e non tornerà». E lasciare spazio alle domande, anche quelle che a noi sembrano strane. I bambini spesso alternano tristezza e gioco nel giro di pochi minuti, e va bene così. Se avete dubbi, uno psicologo dell'età evolutiva può aiutare voi a trovare le parole.
Quando è il caso di chiedere aiuto
Non serve stare malissimo per parlare con uno psicologo. Anche solo avere uno spazio dove poter dire cose che in famiglia non si riescono a dire può fare molto bene.
Ci sono però alcuni segnali a cui vale la pena fare attenzione:
- sono passati molti mesi e il dolore è sempre lo stesso, intenso tutti i giorni, come all'inizio
- non riuscite più a lavorare, a occuparvi della casa o dei figli, a vedere qualcuno
- non riuscite ad accettare che la persona sia morta, oppure evitate del tutto qualsiasi cosa ve la ricordi
- vi sentite in colpa in un modo che vi schiaccia
- bevete di più, o usate farmaci o altre sostanze per non sentire
- la perdita è stata improvvisa o traumatica, per esempio un incidente, un suicidio, la morte di un figlio
Oggi i manuali di diagnosi riconoscono il disturbo da lutto prolungato, quando il dolore resta molto intenso e invalidante a lungo, in genere oltre i sei mesi o l'anno. Non è un'etichetta da appiccicare a chi soffre tanto. Serve a dire che in questi casi un aiuto specifico funziona, e che non bisogna aspettare che passi da solo.
Se vi capita di pensare che non vale più la pena vivere, o che vorreste raggiungere la persona che avete perso, parlatene subito con qualcuno. In caso di emergenza chiamate il 112.
Un'ultima cosa
Il lutto non è un problema da risolvere, è il prezzo dell'amore che abbiamo provato per qualcuno. Non c'è un modo giusto di viverlo, e non c'è una scadenza. Però non bisogna per forza viverlo da soli.
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Le guide hanno scopo informativo e non sostituiscono il parere di un professionista. In caso di emergenza chiama il 112.